Il pensiero cinese sul colpo di stato in Burkina Faso.

La Cina, da sempre paladina degli status quo e dei millenari equilibri, è rimasta stranamente silente nei confronti del recente colpo di stato in Burkina Faso, che ha spodestato il loro grande amico Roch Marc Christian Kaboré, fautore del riallacciamento delle relazioni diplomatiche fra i due stati. Ben altre erano state le dichiarazioni all’indomani del colpo di stato in Guinea lo scorso settembre 2021, per cui era stato richiesto l’immediato rilascio del presidente decaduto ed il ripristino delle condizioni precedenti. L’unica dichiarazione sul cambio di guida in Burkina Faso ha riguardato la sicurezza dei cittadini cinesi presenti e l’intenzione di proteggere i propri investimenti; un chiaro avvertimento per la nuova junta militare, caldamente invitata a tenere in debita considerazione gli interessi del popolo (che casualmente dovrebbero coincidere con quelli cinesi) ed invitato al dialogo fra le parti.

Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC), 3 to 5 Dec 2015
Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC), 3 to 5 Dec 2015 License: CC BY-ND 2.0. Author: GovernmentZA

Il motivo è semplice. La Cina ha investito molto per poter riallacciare le relazioni diplomatiche col Burkina Faso e di conseguenza cacciare Taiwan – R.O.C. dal paese. Il patto è infatti stato stipulato a fronte di un corposo assegno, di promesse di investimenti e partnership. La Cina ha investito soprattutto nelle telecomunicazioni, permettendo al Burkina Faso di creare le prime dorsali in fibra ottica, nei sistemi di sorveglianza, nelle infrastrutture. Contribuisce inoltre al finanziamento del G5 Sahel ed all’addestramento militare di ufficiali e funzionari.
La priorità della Cina rimane dunque la stabilità, senza cui non è possibile perseguire i propri scopi. Che sia un governo democraticamente eletto od il solito colonnello ai più sconosciuto poco importa. D’altro canto nel resto del continente africano la Cina non si è mai fatta scrupoli. Nella stessa Guinea, ove gli interessi economici sono ancora maggiori rispetto al Burkina Faso, il PRC ha infine pensato di tornare al vecchio dictat della “non interferenza”. Fintanto che i propri interessi non vengono lesi.