La Grande Muraglia Verde per il Sahara e il Sahel.

La Grande Muraglia Verde per il Sahara e il Sahel è un faraonico progetto nato da un’idea di Richard St. Barbe Baker, biologo e botanico inglese, nel 1952. Lo scopo è quello di fermare l’avanzata del deserto attraverso l’impianto di vegetazione. Nonostante le avvisaglie del problema già nella seconda metà del ‘900, solo nel 2002 il progetto venne presentato e discusso ufficialmente all’interno dell’Unione Africana, la quale lo fece proprio ed iniziò ad implementarlo nel 2007. Il progetto vide inizialmente la partecipazione di 11 paesi ai quali, nel corso degli anni, se ne aggiunsero altri 9. Grazie a tale maggior contributo, l’iniziale striscia verde vide l’aggiunta di zone fuori campo, per contrastare anche dal nord il deserto e allo stesso tempo partecipare alle opportunità derivanti dall’economia verde. Sono Algeria, Burkina Faso, Benin, Camerun, Ciad, Capo Verde, Gibuti, Egitto, Etiopia, Eritrea, Libia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal, Somalia, Sudan, Gambia e Tunisia le nazioni partecipanti che lavorano sul corridoio iniziale ed a macchia di leopardo a nord e a sud della stessa.

La Grande Muraglia Verde
Map of route of Great Green Wall, participating countries and Sahel. Author Sevgart. License CC BY-SA 4.0.

50 km di larghezza ed 8.000 di lunghezza, dall’Atlantico al Mar Rosso, la fascia verde deve opporsi all’avanzata del Sahara verso sud utilizzando un tipo di vegetazione mista (erba, arbusti, alberi) adatti al clima, in modo tale che essa possa attecchire e prosperare. Combattere i cambiamenti climatici, migliorare le condizioni di vita della popolazione residente, promuovere la sicurezza alimentare, la biodiversità e la difesa dell’ambiente, creare posti di lavoro ed incentivare l’economia verde sono gli scopi che la grande opera si prefigge di raggiungere.
Purtroppo, a 15 anni dall’inizio i lavori sono in grande ritardo con enormi differenze e tempistiche da paese a paese, cosa per altro abbastanza prevedibile. Secondo quanto pubblicato dal rapporto dell’UNCCD (la Convenzione delle Nazioni Unite contro la desertificazione) lo scorso settembre, fino ad ora sono stati recuperati dal deserto soltanto 4 milioni di ettari sui 100 milioni previsti, di cui 2,3 milioni solo in Etiopia. Circa altri 18 milioni di ettari sono in lavorazione, ma non tutti all’interno della fascia principale. Tra i paesi che hanno piantato più alberi, l’Etiopia è davanti a tutti con ben 16,6 milioni di piante mentre in coda c’è il Ciad con solo 1,1 milioni. Il paese del Corno d’Africa ha mostrato negli ultimi anni molta attenzione al recupero del territorio, e grazie a fondi internazionale ha avviato con successo anche un programma di recupero delle coste attraverso l’impianto di migliaia di alberi di mangrovia, che permettono di consolidare efficacemente il terreno. Un esempio per tutti, sia per l’utilizzo dei fondi che per il lavoro svolto.
Dal punto di vista occupazionale la Grande Muraglia Verde ha consentito la creazione di 335.000 posti di lavoro, per un ricavo di 90 milioni di dollari/anno, mentre 10 milioni sono i posti previsti in totale quando l’opera andrà a regime. Da quel momento essa dovrebbe consentire l’abbattimento di 250 milioni di tonnellate di carbonio.
La causa della lentezza nella prosecuzione è abbastanza intuibile: dalla mancanza di fondi ai problemi di governance relativi alla loro gestione, dallo scarso impegno istituzionale ai conflitti armati in atto. Proprio questi ultimi rappresentano la maggiore incognita ed ostacolo allo sviluppo del progetto; esistono situazioni come ad esempio in Mali e Burkina Faso, per cui le priorità dei governi sono altro rispetto alla Grande Muraglia Verde. Ricordiamo infatti che quella del Sahel è un’area alquanto problematica a causa della presenza di diversi gruppi di terroristi jihadisti che, fra le altre cose, rendono alquanto pericoloso operare in loco; mettere in sicurezza la zona per poi permettere ai lavoratori del progetto di operare in sicurezza sarebbe auspicabile, ma allo stato attuale ciò risulta piuttosto utiopico.
Anche di tale aspetto si è discusso in seno al One Planet Summit for Biodiversity a Parigi, dove pochi giorni fa è stato deciso di aumentare i fondi per spingere i lavori. Tra gli stakeholder coinvolti, la Banca Europea per gli Investimenti, la Banca Mondiale, la Commissione Europea e la Banca Africana per lo Sviluppo. Ci si è resi conto che il progetto necessita di più fondi, maggior coinvolgimento da parte delle istituzioni internazionali e maggior decisione per portare avanti un progetto che non riguarda soltanto l’Africa ma il mondo intero. Ai fondi propri del progetto, se ne aggiungeranno altri per iniziative collaterali.
In definitiva la Grande Muraglia Verde potrà quindi contare fino al 2025 di 14,3 miliardi di dollari, contro i 10 inizialmente previsti per lo stesso periodo. Tuttavia, secondo le previsioni dell’UNCCD, ci vorranno non meno di 33 miliardi di dollari per completare l’intera opera. Diventa comunque difficile pensare di poter rispettare la scadenza inizialmente ipotizzate del 2030; secondo l’Onu bisognerebbe quantomeno raddoppiare la velocità d’esecuzione e ciò comporterebbe un costo tra i 30 e i 36 miliardi di euro all’anno.

Nel corso del summit è stata annunciata l’istituzione di un nuovo “mini-segretariato” presso la Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione e l’implementazione di partenariati con investitori privati, che possono trovare nella Grande Muraglia Verde anche un’opportunità per sviluppare del business. Fra le novità anche la realizzazione del Great Green Wall Accelerator per gestire i finanziamenti ai vari paesi e alle imprese coinvolte nella realizzazione dell’opera, una fondamentale cabina di regia per cercare di evitare sprechi ed aumentare la trasparenza.

 
 

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