Violenza di genere in Burkina Faso.

In Burkina Faso esiste un fenomeno di cui si parla poco, per diversi motivi, ma soprattutto perché si tratta di un argomento taboo. La violenza di genere rappresenta infatti una piaga sociale alquanto radicata ma avvolta da un mantello di omertà. Nonostante la situazione sia migliorata negli ultimi anni, soprattutto nei grandi centri, le donne in Burkina Faso continuano ad essere vittime di violenze fisiche e psicologiche: stupri, incesti, botte, molestie, prevaricazioni sono all’ordine del giorno. Per loro la denuncia rappresenta spesso un ostacolo insormontabile. Denunciare significa infatti far sapere a tutti ciò che è accaduto ed essere quindi coperte di vergogna, additate dalla comunità, marchiate per sempre da un’ingiusta ignominia. Atteggiamenti che non sono certamente esclusivi della società burkinabé, bensì si ritrovano anche in contesti teoricamente più maturi, come quello nostrano: quante volte riferendosi ad esempio ad uno stupro, sui social network, nei commenti della gente per strada, ci si ritrova dinnanzi ad affermazioni agghiaccianti come “Se l’è cercata”? Quanti femminicidi passano sotto l’indifferenza generale?
Tuttavia nelle società occidentali sempre più donne trovano il coraggio di denunciare, di portare alla ribalta tale problema, anche se non sempre con dei risultati positivi.
In Burkina Faso invece le difficoltà maggiori partono già dal principio, dalla possibilità di parlarne, di prendere coscienza della situazione.
In un recente articolo di Al Jazeera ad esempio, si parla del crescente fenomeno dell’incesto, i cui numeri ufficiali, proprio a causa della vergogna da parte dei protagonisti, faticano enormemente ad emergere. Stando invece a quanto riferiscono gli orfanotrofi ove vengono lasciati gli infanti, i numeri sono in preoccupante crescita. Molte delle madri sono minorenni, comprese ragazze di 14 anni, e gli autori di solito sono zii o cugini, ha riferito ad Al Jazeera Gaston Nassouri, funzionario governativo. I casi non vengono denunciati, si coprono i misfatti e le famiglie raramente si arrischiano a denunciare i propri parenti. Gli operatori umanitari dicono che i casi di incesto sono quasi sempre dovuti a stupro. Ma non è tutto. “I bambini frutto di incesto venivano seppelliti vivi o strangolati con una corda”, dice ad Al Jazeera Michel Zango, pastore della chiesa dell’Assemblea di Dio, durante una visita al piccolo villaggio di Tema-Bokin con l’inviato di Al Jazeera. Nel 1993, Zango e sua moglie, Martine Ouedraogo, aprirono lì un orfanotrofio, dopo aver realizzato che i bambini frutto di incesto venivano assassinati. Quando Martine Ouedraogo si recò in ospedale per partorire 30 anni fa, la coppia scoprì con orrore che il personale aveva appena ucciso quattro bambini nati dall’incesto. Stavano per ucciderne un altro prima che i due lo salvassero, adottandolo. In seguito, essi aprirono un orfanotrofio, ove vengono tutt’ora accolti quei bambini.
Si fatica a comprendere il motivo di tanta crudeltà, di tanta indifferenza, nonostante anche nella società nostrana non siano poi così remoti i tempi e gli episodi di tal genere.
In tutto il paese – prevalentemente tra i Mossi, il più grande gruppo etnico del Burkina Faso – ragazze o donne che partoriscono figli a causa di incesto sono bandite dalla famiglia, costrette a rinunciare ai loro figli e chiedere perdono alla società (ed eventualmente anche al marito, qualora sposate) se sperano di tornare a casa. Si crede che il bambino sia maledetto e che se rimane nel villaggio, o se la donna torna a casa senza essere stata perdonata dal capo, tutti intorno a loro moriranno, hanno riferito ad Al Jazeera i membri della comunità del villaggio di Yako.
Quando le madri che hanno figli dall’incesto vogliono tornare a casa, devono chiedere perdono alla famiglia del marito e al capo villaggio. Ciò comporta una cerimonia elaborata, in cui vengono macellati pecore e polli e viene eseguito un test per vedere se la donna o la ragazza è sinceramente dispiaciuta. Se il pollo cade sulla schiena dopo essere stato ucciso, può essere perdonato, ma se atterra prima di fronte, il processo deve essere ripetuto fino a quando il pollo muore nella giusta posizione, hanno spiegato diversi membri della comunità ad Al Jazeera. Poiché la cerimonia richiede tempo per essere organizzata, molte ragazze che non sono sposate rimangono con i parenti per lunghi periodi dopo il parto, separate dalle loro famiglie immediate nel frattempo.
Le donne ed i loro figli pagano un prezzo altissimo. Il sesso tra i membri della famiglia, che è illegale, comporta uno stigma e conseguenze sociali che sono profondamente radicate nelle comunità. Così le famiglie vengono lacerate, i traumi psicologici si aggiungono a quelli fisici subiti, gli individui vengono allontanati, rifiutati, coperti di vergogna.

Per cercare di migliorare la situazione, lo scorso 2 marzo 2021 il primo ministro Christophe Dabiré ha presentato ad Ouagadougu il nuovo numero verde dedicato alla denuncia di episodi di violenza di genere ed all’assistenza delle vittime. Completamente gratuita ed anonima per proteggere la privacy, la hotline rappresenta un piccolo ma significativo passo da parte del governo per rompere il velo di omertà che copre il fenomeno. Si potrebbe obiettare che un tale strumento sia valido per chi ha a possibilità di utilizzare un telefono, ma per gli altri? Ciò è sicuramente vero; soprattutto quelle comunità più povere ed isolate, dove le succitate tradizioni sono molto radicate, rimangono comunque escluse, ed anche i telefoni cellulari, come insegna il nostro collaboratore in loco, dott. Gerome Bationo Danypo, non hanno copertura in molte zone del paese. Forse dunque la mossa ha più che altro uno scopo propagandistico? Questo lo lasciamo giudicare al lettore.
Intanto però in Burkina Faso sono state create leggi a protezione delle donne, che prima non esistevano. Ciò, accanto ad iniziative come quella del numero verde che oltre alla possibilità di denuncia offre anche una serie di servizi, non solo fornisce strumenti legislativi ed operativi per combattere la violenza di genere, ma contribuisce anche ad una presa di coscienza del problema da parte della società civile, delle istituzioni, e del potere giudiziario. Non è infatti raro che gli episodi di violenza nei confronti delle donne siano sottovalutati oppure ignorati anche dalle forze dell’ordine, soprattutto ove i controlli siano pochi ed il personale complice.
Secondo i dati forniti dal ministro Marie Laurence Ilboudo, nel 2020 un totale di 5.224 persone (non solo donne dunque) sono state vittime di violenza di genere e sono state assistite. Numeri che non rendono giustizia alla vastità del fenomeno, proprio a causa dell’omertà. “Questa realtà devastante non tiene conto delle categorie sociali, dell’età o della geografia. La violenza di genere avviene quotidianamente in tutte le classi sociali e in tutto il nostro territorio”, ha affermatolo stesso ministro, che ha poi ribadito la ferma volontà del governo nel voler combattere con efficacia il fenomeno.

 

 

 

 

Fonti: https://www.aljazeera.com/features/2021/3/1/shunned-and-banished-victims-blamed-for-incest-in-burkina-faso
lefaso.net

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