Amnesty International: cosa ci fanno i terroristi nel Sahel con le armi dell’esercito?

Gli esperti della nota organizzazione Amnesty International hanno recentemente analizzato alcuni video e fotografie postati da gruppi jihadisti saheliani su internet. Il risultato è che è stato verificato il possesso da parte dei suddetti di armi di fabbricazione serba. Si tratta di armamenti leggeri, fucili automatici anche di ultimo modello, che risultano essere stati venduti al governo del Burkina Faso, ed evidentemente caduti nelle mani dei criminali. Tra di essi ad esempio la mitragliatrice pesante M02 Coyote, i fucili automatici M92 e M05, inclusa la recentissima variante M05E3. Anche la Repubblica Ceca, la Slovacchia e la Francia hanno esportato un gran quantitativo di armamenti leggeri nei paesi del Sahel, soprattutto negli ultimi anni, con l’aumento degli attacchi jihadisti.
I paesi venditori hanno tutti ratificato l’Arms Trade Treaty (ATT), trattato che vieta la vendita di armi là dove vi sia il pericolo che il loro utilizzo possa concorrere alla violazione dei diritti umani. Noto è che tutta l’area del Sahel sia soggetta a tali violazioni, con massacri di civili sia da parte dei terroristi, ma anche da parte delle forze governative (fatti ampiamente documentati, vedi milizie Koglweogo, Da na Ambassagou).
La sola Serbia, fra il 2015 ed il 2020, ha esportato in Burkina Faso 20.811 fra fucili e carabine, 4.000 fucili d’assalto, 600 fra revolver e pistole automatiche, nonché 290 mitragliatrici.
Secondo Amnesty International, data la loro natura di armamenti leggeri, è estremamente facile che quelle armi finiscano in mani sbagliate, per diversi motivi: catturate a soldati e gendarmi, ma anche in qualche modo trafugate o contrabbandate affinché giungano direttamente nelle mani dei criminali. Il contrabbando di armi in Burkina Faso è un rischio concreto, spesso esse vengono nascoste all’interno di container che vengono spediti dall’estero. Amnesty chiede che, in ossequio al trattato, vengano verificati e controllati destinazione ed utilizzo degli armamenti da parte dei produttori; qualora ciò non possa essere effettuato, di evitare la vendita.

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Source: ACLED

Potrebbe sembrare una richiesta ingenua. Chi infatti potrebbe effettuare tali verifiche e garantire la non violazione dei diritti umani da parte degli utilizzatori, considerato che spesso le milizie popolari operano quasi nell’ombra, senza controllo da parte di alcuno? Inoltre, impedire la vendita da parte delle nazioni coinvolte sarebbe sufficiente ad impedire l’arrivo incontrollato di armamenti? Non verrebbero esse sostituite da altre con ancora meno scrupoli?

Tutto ciò appare evidente a chiunque, anche ad Amnesty International. Le richieste probabilmente sono più che altro intese a portare all’attenzione dell’opinione pubblica il problema, e sollecitare i governi a sorvegliare il traffico illegale ed i destinatari delle consegne.
Va detto però che purtroppo i reparti che maggiormente dovrebbero utilizzare le nuove armi (esercito, reparti speciali dello stesso e della gendarmeria) sono spesso distanti o poco presenti nelle zone più calde, per cui la difesa dei piccoli villaggi, dei punti strategici, ecc., viene affidato alle milizie ed ai (pochi) Volontari per la Difesa della Patria; da un lato alcuni di essi si sono macchiati di crimini contro la popolazione civile, ma dall’altro possono loro essere lasciati in balia dei gruppi armati jihadisti, armati di tutto punto? In realtà più che sulla dotazione personale, incentrata sul celebre AK-47, ciò per cui i volontari soffrono maggiormente sono organizzazione e logistica, essi non possono in alcun modo, dopo appena 2 settimane di addestramento, sostituirsi agli specialisti dell’esercito, nonostante troppo spesso essi siano costretti a farne le veci.

Alla luce di quanto esposto, le richieste di Amnesty International non sono forse così strane.

Fonte: Amnesty.org