Non sono frequenti le mostre d’arte africana, in particolar modo contemporanea, nella provincia di Bolzano. Anche per tale motivo va pubblicizzata l’iniziativa che sta avendo luogo in questi giorni a Merano. Ospitata da Merano Arte – Kunst Meran e curata da Lucrezia Cippitelli e Simone Frangi, essa presenta l’opera dell’artista di austriaca di origini nigeriane Belinda Kazeem-Kaminski da domenica 16 marzo a lunedì 9 giugno 2025.
Belinda Kazeem-Kamiński è un’artista, scrittrice e ricercatrice austriaca nata nel 1980 a Vienna. La sua pratica artistica si basa su teorie femministe nere e postcoloniali, esplorando temi come il colonialismo, la diaspora e le lacune negli archivi pubblici. Utilizza diversi media, tra cui fotografia, video, performance e installazioni, per affrontare questioni storiche e sociali legate al razzismo e alla discriminazioni.
Kunst Meran Merano Arte inaugura dunque, per la prima volta in Italia, una mostra monografica dell’autrice e artista viennese Belinda Kazeem-Kaminski. L’esposizione, intitolata Aerolectics, attraverso una serie di opere inedite commissionate appositamente per l’occasione, esplora il ruolo del sistema missionario in Alto Adige nella costruzione delle relazioni coloniali tra Europa e Africa, focalizzandosi sulle storie di diaspora africana forzata, con particolare attenzione alle aree di lingua tedesca.
Nel contesto ottocentesco, i missionari europei, inviati in Africa con l’intento di evangelizzare, organizzavano spostamenti forzati di bambini e bambine verso l’Europa, giustificandoli con la pretesa di “salvare” le loro anime. L’artista utilizza un linguaggio poliedrico, che spazia dal video alla fotografia fino alla scrittura, rendendo gli spazi della Kunsthaus un percorso multimediale e immersivo. Attraverso vuoti e pieni, voci e silenzi, oggetti e narrazioni, Kazeem-Kaminski indaga l’esperienza della nerezza in Europa, vista attraverso lo sguardo bianco.
L’artista attinge agli scritti di autrici e artisti femministi nere, mettendo in luce la presenza spesso invisibile di persone nere nella storiografia e nello spazio pubblico europeo. La ricerca di Kazeem-Kamiński vede il suo fulcro nell’esplorazione della figura di una giovane sudanese, Asue*, il cui nome originale arabo è stato trasposto in modo errato e segnalato con un asterisco. Questa bambina fu acquistata dal sacerdote Niccolò Olivieri al Cairo e portata con forza nel convento delle Orsoline di Brunico l’11 gennaio 1855. Insieme ad Asue, almeno altre due ragazze, Gambra* e Schiama*, furono anch’esse trasferite, segnando l’inizio di una vita di reclusione forzata.
Le tre giovanissime, insieme ad altre due bambine di cui non possediamo informazioni dettagliate, subirono un processo di battesimo che si svolse tra ambiti pubblici e privati, ricevendo nuovi nomi in un tentativo di assimilazione culturale: Asue diventò Angela. Tuttavia, la vita monastica si rivelò per queste ragazze un’esperienza complessa; mentre Gambra e Schiama sembravano adattarsi alle rigide norme del convento, Asue* si distinse come “una tempesta” agli occhi delle suore, un simbolo di indomabilità e resistenza.
È proprio questa tempestosa condizione che Kazeem-Kamiński intende evocare all’interno di un contesto espositivo, ricreando una tempesta di emozioni e significati che mira a riabilitare una memoria collettiva profondamente ferita. La ricerca dello storico si propone quindi di esplorare le narrazioni negate e le esperienze oppresse, restituendo voce a chi è stato silenziato dalla storia.
Questa tempesta di rabbia e di fame di giustizia pervade l’intero percorso espositivo, rendendo palpabile il dolore e la resilienza di coloro che furono costretti a vivere nelle quattro mura del convento. L’intento di Kazeem-Kamiński non è solo quello di informare, ma di coinvolgere il visitatore in un dialogo profondo e riflessivo, culminando in un invito a riconoscere e confrontarsi con le ingiustizie del passato, per costruire un futuro più consapevole e inclusivo. Attraverso la figura di Asue* e delle sue compagne, la ricerca di Kazeem-Kamiński si erge come un faro di speranza e un’appassionata richiesta di giustizia, nella convinzione che la memoria collettiva possa essere ripresa, risanata e reinterpretata, anche dopo secoli di silenzio e oblio.
Nel rappresentare una “tempesta” di memoria e simboli, l’artista intreccia la cosmogonia Yoruba con elementi naturali e storie dimenticate di ragazze africane. Allude anche alla Linea Insubrica, metafora dello scontro tra culture e ideologie, richiamando immagini geologiche e meteorologiche. Questa tensione avviene in un contesto di incontro tra dottrine cristiane e tradizioni culturali africane, mostrando gli strati stratificati di oppressione e resistenza.
La poesia che si sviluppa attraverso le tre sezioni della Kunsthaus si concretizza nel titolo della mostra stessa, Aerolectics. Questo termine, ispirato dal concetto di “Tidalectics” di Kamau Brathwaite, viene utilizzato per affrontare la storia dei bambini africani soggetti a evangelizzazione forzata. L’installazione Vermessung. “Von der Landschaft aus” propone una riflessione visiva attorno ai luoghi di prelievo delle ragazze, utilizzando mappe storiche dell’Impero Asburgico per tracciare percorsi di memoria e testimonianza.
Inoltre, nel video Nursery Rhymes. (Holy) Water, viene evocato il battesimo delle tre ragazze, svelando la facciata di redenzione mascherata da potere coloniale. L’installazione Untitled (Prototype Nkisi/Repurposed Savings Box) reinterpreta un salvadanaio per le missioni, trasformandolo in una scultura Nkisi, simbolo di protezione e guarigione, rielaborando la narrazione stereotipata dell’Africa e ponendo interrogativi sulla neutralità dello sguardo. Le sculture Nkisi realizzate in ceramica, durevole ma fragile, anziché legno come da tradizione congolese, riflettono su adattamento e resistenza, incarnando le trasformazioni delle pratiche spirituali nella diaspora.
Il terzo piano culmina con il video ?ya! Fire, che restituisce la rabbia di Asue come emozione radicale e trasformativa. Concludendo il percorso, Kazeem-Kaminski invita i visitatori a esplorare il backstage dell’esposizione, approfondendo il contesto delle opere tramite libri, materiali d’archivio e playlist, creando così uno spazio di riflessione e coinvolgimento.
Aerolectics emerge come un progetto espositivo potente, capace di illuminare storie dimenticate di bambini africani e di interrogarci sulle omissioni della memoria collettiva. Integrandosi nel programma triennale The Invention of Europe: a tricontinental narrative, curato da Lucrezia Cippitelli e Simone Frangi, la mostra rappresenta un invito a ripensare l’idea monolitica di Europa e la sua costruzione narrativa attraverso il prisma della diversità e della complessità storica.
Non si può non ringraziare i curatori per averci portato una mostra che scuote le coscienze e porta alla ribalta una narrazione alternativa e rivelatrice di vicende che spesso preferiamo nascondere sotto al tappeto, perché scomode da affrontare. Una narrazione potente, crudele, che ribalta i ruoli e getta uno squarcio sull’ipocrisia di di una società troppo impegnata a soddisfare il proprio edonismo piuttosto che ad ascoltare le suppliche di bambine forzatamente comprate, trapiantate e convertite dalla Chiesa locale col pretesto di salvarle. Ancora una volta il complesso del salvatore bianco mostra i suoi nefasti effetti attraverso la rappresentazione artistica di Kazeem-Kamiński, del dolore e delle lacrime di esistenze rubate per il proprio compiacimento. Storie di bambini africani sacrificati sull’altare per la loro stessa “salvezza”.
